Questo articolo nasce da una riflessione sviluppata durante un tema di italiano e successivamente rielaborata per la pubblicazione sul giornale scolastico Il Guglielmo.
La violenza non è un corpo estraneo da estirpare con urgenza chirurgica come se fosse una malattia improvvisa. Nessuno, in realtà, è davvero da guarire: semmai è da guardare. Guardare dentro. E per farlo non esiste alcuna radiografia, nessun referto che renda visibile ciò che si agita nell’animo umano. La violenza nasce spesso lì dove nessuno ha avuto il coraggio, o la volontà, di osservare, ascoltare, intervenire.
Ne I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni illumina con lucidità questo abisso. Don Rodrigo incarna una violenza che non è soltanto fisica, ma soprattutto morale: è la pretesa di possesso, la riduzione dell’altro a oggetto, la convinzione che il potere giustifichi ogni abuso. Lucia Mondella non è vista come persona, ma come trofeo, come strumento attraverso cui affermare una supremazia. Il suo dolore non conta, la sua volontà non esiste. È una violenza che nasce dall’incapacità di riconoscere l’altro come essere umano.
Accanto a questa brutalità evidente, Manzoni colloca una violenza più silenziosa e subdola: quella di Don Abbondio. Egli non colpisce, non minaccia, ma tace. E nel suo tacere lascia che l’ingiustizia si compia. Il suo silenzio è il frutto della paura, ma anche di una profonda incoerenza morale: egli segue l’ipocrisia della ragione, che calcola il rischio e sceglie la quiete, invece dell’incoerenza del cuore, che avrebbe imposto di fare ciò che è giusto anche quando costa. Manzoni sembra suggerirci che il male non avanza solo con la forza, ma anche con l’inerzia di chi sceglie di non vedere.
Questa dinamica attraversa il tempo e riaffiora, quasi identica, nella cronaca contemporanea. Gli episodi di violenza nelle scuole, descritti nel secondo documento, non sono esplosioni improvvise, ma esiti prevedibili di un disagio lasciato sedimentare. Si preferisce non parlare, non segnalare, non “disturbare l’equilibrio”. Ma l’equilibrio costruito sul silenzio è labile, e prima o poi crolla. Nessuno è da guarire, ma da guardare: eppure lo sguardo manca, viene distolto, per paura o per convenienza.
Ancora più lacerante è il caso della ragazza contesa. Qui la violenza assume un volto antico: la donna trasformata in terreno di scontro, in causa involontaria di rivalità maschili. Come Lucia, anche questa giovane rischia di essere privata della propria soggettività. Tuttavia, a differenza del mondo manzoniano, lei sceglie di parlare. In un contesto che la giudica, la espone, la riduce a oggetto di gossip, la sua voce diventa un atto di resistenza. Non starà in silenzio. E in questo rifiuto c’è una verità profonda: soffriamo spesso più per la figura che facciamo con noi stessi che con gli altri. Tacere avrebbe forse protetto l’immagine esterna, ma avrebbe tradito la coscienza.
Il cuore umano, però, non è un luogo sempre luminoso. Finisce molte volte in zone più tenebrose, dove la gelosia, la frustrazione e il senso di possesso prendono il sopravvento. Nessuno merita di soffrire, eppure tutti soffrono. La differenza sta nel modo in cui si attraversa quel dolore: trasformandolo in parola, in richiesta di aiuto, oppure lasciandolo degenerare in violenza. Il sentimento più autentico non è quello che ostentiamo, ma quello che troviamo dentro di noi quando nessuno guarda. Ed è proprio lì che andrebbe educato, compreso, accompagnato.
In questo quadro, la scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a guardare dentro, non a reprimere. Un presidio umano prima che istituzionale. Un luogo in cui la sensibilità, anima di vetro, fragile e trasparente, venga riconosciuta e preservata, non derisa o ignorata. Ignorare la fragilità significa esporla alla frattura; ascoltarla, invece, significa prevenirne la rottura.
Alla luce di tutti i documenti, appare evidente che restare in silenzio davanti a un’ingiustizia non è mai una scelta neutra. Anche quando nasce dalla paura, il silenzio pesa, perché legittima ciò che dovrebbe essere fermato. Manzoni e la cronaca contemporanea convergono in una stessa verità amara: la violenza non si combatte solo punendo, ma soprattutto guardando, ascoltando, parlando. Seguire l’incoerenza del cuore, e non l’ipocrisia della ragione, è spesso l’unica strada per restare umani.
Mariachiara Pia Tarasco
Mauro Longano
Docente