Un viaggio a Chefchaouen
Quando si parla di viaggi esotici, molti hanno la mente subito proiettata verso spiagge assolate e palme. E se invece esistesse un luogo diverso, a tratti incantato? Chefchaouen, la famosa città blu del Marocco. Non solo una meta da immortalare con la macchina fotografica, ma un’esperienza culturale che lascia il segno.
Il primo colpo d’occhio è il colore: il blu. Ma non blu “comune”. Blu intenso, blu cobalto, blu pastello. Blu su tutte le facciate, su tutte le porte, su tutte le finestre, e anche sulle scale e sui vasetti che costeggiano le viuzze. L’impressione è quella di camminare all’interno di un dipinto. Le ragioni che stanno alla base di questa singolare cromia non sono tutte una chiarezza: c’è chi sostiene che il blu tenga lontane le zanzare, chi invece che rappresenti il cielo e ricordi alle persone di vivere con la spiritualità. Fatto sta che il colore diventa il logo della città e racconta la sua storia.
Le vie, strette, sono pervase da profumi: di spezie, di tè alla menta, di pane appena sfornato. Nei negozi i commercianti accolgono i clienti con tranquillità e sorrisi e mostrano i prodotti di artigianato realizzati a mano. Tutto sembra procedere a un ritmo più lento, come essendo in meditazione.
Uno degli elementi affascinanti è anche il rapporto degli abitanti con la tradizione della pittura blu. Per molti giovani del posto, ridipingere le case non è solo una necessità, ma un modo per rinvigorire il legame con la propria cultura. La città è, quindi, un esempio di come l’identità possa essere tutelata mediante atti semplici e condivisi.
Chefchaouen non è il consueto viaggio esotico. È un luogo che invita a guardare con occhi diversi, a cogliere i dettagli e a comprendere che la cultura vive soprattutto nelle strade, nei colori e nelle persone che le popolano.
Davide Pacheco Splinker
Mauro Longano
Docente